La storia

Quand’era ancora una studentessa del Liceo Classico Francesco De Sanctis di Sant’Angelo dei Lombardi, provincia di (eppure lontanissimo da) Avellino, mia madre si occupava di lettere, nel senso epistolare del termine.

Negli anni Sessanta, in Italia, e ancor più nel Sud Italia, e poi immaginatevi nelle campagne dell’Alt’Irpinia, c’era ancora parecchia gente, donne soprattutto, che non sapeva né leggere né scrivere.

E però. Però c’erano mariti emigrati in America, Belgio, Svizzera, mariti che lavoravano al Nord, mariti che avevano un solo modo a disposizione per dare notizie di sè: scrivere lettere. E così c’erano lettere. Da leggere e a cui rispondere.

Qui entrava in gioco la mia mamma: riceveva le signore in salotto e leggeva loro le lettere ad alta voce, trasformando caratteri incomprensibili in notizie d’uomini lontani. Poi si faceva dettare le risposte e le scriveva con la penna stilografica, cercando di tenere sotto controllo le tendenze anarchiche della sua illegibile grafia. Nelle lettere notizie di famiglia, figli, economia domestica. Ordinaria amministrazione.

Ma una lettera, anche quando è un semplice rendiconto di quotidianità meridionali, bisogna che sia speciale.

Dunque, «arrecamammella ‘nu poc’», «ricamamela un po’», chiedevano le signore a mia madre. Che a quel punto poteva fare una sola cosa: metterci l’arte.

Ripensando a questa storia mi è venuto in mente che ora scrivere sappiamo scrivere tutti, e di lettere ne mandiamo e riceviamo tantissime. Sono velocissime. Ma di ricami ce ne sono pochi. Perché chi ce l’ha il tempo di mettersi a scrivere lettere come si faceva una volta?

Io.

Se faccio ordine, il tempo per scrivere delle lettere lo trovo. Trovo il tempo di scrivere anche le tue, se ti va.